Viviana Soldano

Diapositive 

Ho un ricordo lontano nel tempo, poco più che ancestrale, le mie dita bambine giocare tra le spirali di una magica giostra bianca e nera. Cercavo di acchiapparle, mentre il sonno si impossessava di me leggero leggero legato al filo di una nenia. La sua bocca dolce si prolungava in gorgheggi e mi perdevo nel mare saggio dei suoi occhi a cercare fantasie da neonati.

Sullo sfondo, dietro di lei piccoli boccioli rosa pesco e il giallo tiepido del sole primaverile… 

La mia anziana zia abitava in un piccolo casolare di campagna, si scaldava col solo fuoco del camino oltre che con gli intrecci colorati delle coperte lavorate all’uncinetto, ma di inverno non andavamo mai a trovarla, in casa l’odore del cacio era troppo forte e noi bambine ne eravamo quasi disturbate.

La primavera era la stagione che dava il via alle nostre visite. Mio padre ci radunava dinanzi al portone di casa, noi tutte sorelle pronte coi vestiti più  vecchi e le scarpe malconce, la divisa migliore per razzolare nell’erba, anche se umida, un po’ di fango non ci faceva certo paura. Meta della spedizione, visita a zia Lina, fine della spedizione, cogliere più margherite di tutte.

La zia era già fuori casa che si faceva ombra con il dorso della mano sull’altura della collina, guardava in giù e riconosceva ad occhio la macchina di papà. L’immancabile nero dalle scarpe alla crocchia, ben stretta sulla nuca da due pettinesse in osso, civettuole nella loro eleganza semplice.

Un bacio alla zia e via verso la libertà, il babbo conversava con lei, la mamma non veniva quasi mai, approfittava della pace domestica per mettere tutto in ordine.

Scorazzavamo ai bordi dei campi ricchi di tutto: papaveri, pratoline, fiordalisi, il viola della malva… ci fermavamo stupite nell’avvistare i piccoli bottoncini rossi camminare in equilibrio lungo gli steli

Coccinella del Signore

Vola vola al Creatore

Al momento del volo le si seguiva fin dove arrivava lo sguardo e poi di corsa a recuperare il tempo perduto prima che papà ci radunasse a raccolta.

Lui ci attendeva col cestino foderato di foglie e cominciavano le arrampicate acrobatiche sugli alberi. Non c’era ginocchio sbucciato o scheggia di legno che tenesse contro l’ebbrezza di arrivare in alto e osservare il mondo da lassù, più vicini che mai ai frutti più dolci e più maturi di tutti. Quanti ne finivano in bocca piuttosto che nel cestino? 

Scuole elementari, visita didattica contrada “ ‘O Saccone” località “L’avenosella” o “La venosella”. Origini del nome incerte: nel primo caso facilmente imputabili ad una piantagione di avena ora sostituita dal seminato di grano, nel secondo dovuto forse ad una caduta della “-t-“ per denominare una località sopraelevata rispetto al resto del territorio spesso sottoposta all’agitarsi dei venti. Distanza dal paese: 5-10 minuti di tratturo subito dopo il cimitero. Era considerata un po’ la foresta amazzonica del nostro paese, il polmone verde del centro abitato, ritrovo ideale per una gita fuori porta. Riconoscevo la casa della zia, ora chiusa e disabitata, raccontavo alla maestra di tutte le “scampagnate” trascorse lì, con i cugini più grandi, ora tutti emigrati, della grande ruota di carro, dipinta di tutti i colori, posta sul perno centrale dove solo le nostre gambette entravano; spingevamo tutti con forza per poi sederci sopra alla meglio e continuare a girare all’infinito. E l’altalena vicina all’albero di gelso, ci spingevamo fin su e a casa tornavamo con la gambe macchiate dai suoi frutti rossi.

Tutto era rimasto così com’era anche se quella casa dalle porte sbarrate, il forno a legna per le pizze, ricovero dei gatti randagi, mi lasciavano un po’ inquieta; conoscevo quei luoghi in modo più che scientifico, direi quasi corporale, la mia sarebbe stata la relazione più interessante della classe. 

Le istantanee si fermano qui, la vita ci ha portati lontano, per lavoro o per noia, nessuno ha avuto più il tempo di tornare alla Venosella. Giorni fa, la macchina faceva i capricci, il motore era raffreddato dalle notti invernali, aveva bisogno di riscaldarsi e, senza volerlo mi sono inoltrata sul vecchio tratturo, nient’altro che l’ennesima strada asfaltata. Sulla collina un brulicare di ville e villette, abitazioni lussuose, in questi giorni di Natale ghirlandate per le feste. Dei prati, degli alberi da frutto non c’è alcuna traccia. Ho sbirciato nei loro giardini, dietro i cancelli con l’allarme elettronico, nulla solo moderne statue anticheggianti di ninfe a rappresentare una natura scomparsa.

Invano ho cercato l’albero di gelso, era secolare, avrebbe fatto una bella ombra ai loro patii di cemento, ma non l’ho ritrovato.     


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