Antonio Turi
Editoriale
Come riconoscere un classico, è questa la domanda alla quale i nostri collaboratori cercano di rispondere nel sesto numero di “Apertamente”, primo della seconda annata della nostra rivista.
Domanda decisamente interessante. Che mi consente qualche considerazione in margine.
La storia dell'arte è piena di cosiddetti geni incompresi. Cioè di quei talenti così avanti nella ricerca stilistica da risultare ostici se non incomprensibili per i contemporanei ma capaci poi di rivelarsi in tutta la propria grandezza ai “famosi” posteri.
Non è questo il luogo per stilarne la lista, ciascun lettore saprà comporla a proprio piacimento e gusto.
D'altra parte è ormai sotto gli occhi di tutti come della parola classico oggi si abusi. Affibbiandola a destra ed a manca ad ogni luccicare di stelle, senza magari aspettare di verificare se e quanto quella luce sia duratura.
Eppure nonostante il fatto che si battagli sui nomi, almeno su alcune delle caratteristiche che un'opera d'arte deve avere per potersi definire “classico/a” la critica sembrava essersi messa d'accordo. E fra queste caratteristiche la più importante ed accettate resta quella che definisce un classico come un'opera capace di essere comprensibile e di farsi ammirare in epoche e contesti storici diversi, cioè, in altre parole, di sfidare il tempo.
La domanda che ci poniamo è se questa definizione di classico sia ancora applicabile all'arte contemporanea.
La risposta, a nostro avviso, è decisamente no.
La durata nel tempo delle proprie opere è sempre stata una delle massime aspirazioni degli artisti fino alle metà del secolo scorso. Si scriveva, costruiva, dipingeva nella speranza che il risultato fosse capace di sfidare gli anni sia nella capacità conservativa, e ci riferiamo soprattutto ad architettura e pittura, sia nella capacità di incontrare il gusto dei fruitori in senso diacronico.
Riteniamo che questa aspirazione non sia stata altra che un sistema immunitario attivato dalla necessità di dare respiro ai messaggi legati alle singole opere.
In epoche in cui la comunicazione era lentissima, un libro, per non dire di una conquista architettonica piuttosto che figurativa, aveva bisogno di decenni per essere conosciuta e assimilata, per generare passi avanti nelle riflessioni e nello sviluppo filosofico e culturale.
Negli ultimi cinquant'anni la velocità della comunicazione ha fatto sì che un'opera possa essere conosciuta a livello planetario nel giro di pochi mesi.
È sufficiente questo brevissimo lasso di tempo perché un'opera d'arte esaurisca la propria funzione divulgativa. Dopo poche settimane c'è già necessità di altro. Di nuovi messaggi.
Il risultato più evidente è che oggi nessun artista crea più per i posteri. Nella speranza di vedere le proprie opere resistere al tempo.
Non lo fanno gli architetti, che spesso già prevedono ristrutturazioni delle proprie opere se no addirittura la distruzione delle stesse per raggiunta anzianità. Il colosseo è in piedi dopo duemila anni, il Beaubourg a Parigi ha subito una profonda ristrutturazione a meno di trent'anni dalla inaugurazione.
Le arti figurative non sono da meno. Anche tralasciando le performance, certamente uno dei mezzi espressivi più usati, nulla sappiamo della possibilità che l'acrilico, possa durare quanto la pittura ad olio e le opere così dipinte quanto quelle dei maestri del nostro rinascimento.
Lo stesso avviene nella scrittura. Trionfa il best seller. L'opera che l'artista stesso cercherà di far dimenticare pubblicando a cadenza annuale o poco più nuovi titoli.
Se allora la capacità di durare nel tempo non è più la l'essenza ultima dell'opera d'arte, quale categoria può sostituirla?
In attesa di risposte in tal senso, i nostri collaboratori provano ad individuare il marchio del classico in grandi artisti del passato o il senso dell'opera d'arte come la si intendeva fino all'avvento dei pc, se vogliamo definitivamente tracciare la frontiera oltre la quale tutto è ormai cambiato.
In quest'ultima direzione si muove Davide Mezzina, che non solo fa il punto sul senso dell'opera d'arte come la si intendeva in passato, ma ci ricorda come anche il pubblico abbia avuto un ruolo fondamentale nel dare le risposte corrette e nel tracciare giudizi.
Angela Pugliese ci racconta la sua ricerca del senso dell'arte condotta all'interno di un gruppo di lavoro che di comprendere queste misteriose alchimie ha fatto il suo obbiettivo ultimo, il Grec dell'Università di Bari. Angela, come sempre, restringe l'analisi al territorio che conosce meglio, quello della letteratura per l'infanzia.
Maria Cristina Consiglio ci propone una nozione assai interessante per definire un classico, quella di canalizzazione. E la applica in una acuta analisi dell'opera shakesperiana.
Palma Laera ci riporta dentro le sonorità della musica. E prova a raccontarci come e perché la musica può diventare un classico.
Compongono questo sesto numero di apertamente anche poesie di Nicola Abbattista e di Beppe Rossini. Mentre a conclusione Angela Pugliese, che lo ricordiamo ancora una volta, è l'ideatrice e instancabile animatrice di “Apertamente”, traccia un bilancio di questo primo anno di attività.