Davide Mezzina

L'esperienza artistica fra etica ed estetica

L'arte possiamo definirla come l’esperienza comune che  meglio di qualsiasi altra esperienza  ci parla dell'avventura  che nasce da un'urgenza interiore e, per l'impegno della risposta, è anche un segno di responsabilità sociale. Le forme artistiche sono manifestazioni di vita e “la differenza fra queste manifestazioni sta nel materiale: parola, colore, suono. Dietro le iscrizioni, dietro i quadri, dietro le opere musicali, stanno le gioie e i dolori dei popoli.” L'arte è dunque un insieme di manifestazioni particolari che rimandano tutte alla necessità interiore dell'uomo. Non si tratta di rimettere in circolo l'estetica idealista,  Oggi siamo pieni di opere ben fatte, che danno un senso di falso, di ricercato. Alla fine del millennio siamo ritornati a temi da tardo impero, assistendo al passaggio dal concetto di libertas a quello di securtas , ossia all'approdo verso l'egoistico possesso, sicuro e garantito, dei propri beni, da godere con ogni confort, lasciando fuori il nero, lo sporco, l'altro, tutto ciò che non rientra nel perbenismo. La padronanza stilistica è intesa come un bene da godere e da cui trarre vantaggi. La scrittura è stata troppo spesso messa a punto in laboratorio, bianca, pulita, propria, perbenistica, ora questo scrivere che gira intorno a se stesso sembra incepparsi perché non è più in relazione alle coordinate del tempo attuale, e mostra segni di stanchezza. L’esperienza artistica è stata per lungo tempo relegata nel campo del bello fine a se stesso e si è dibattuto molto sul concetto su cosa fosse giusto o meno considerare artistico in quanto riuscisse ad essere una rappresentazione più o meno fedele del concetto di bello. Tutto ciò  trascurando il valore conoscitivo e costruttivo della dimensione individuale e sociale dell’umano in quanto tale. Emerge  come per lungo tempo l’esperienza artistica sia stata considerata a  torto un valore di terza classe come quasi le emozioni e la morale, quasi fosse un alibi per coloro che volessero dare un senso alla loro esistenza in mancanza di attività quotidiane più banali , ma dal riscontro più concreto e perché no più redditizio. Tutto ciò sembra essere poco verosimile se  si considera che l’accesso alla conoscenza e gli stessi processi di apprendimento e soprattutto l’esperienza di creazione di qualcosa di nuovo in ogni percorso esistenziale trovano nell’esperienza estetica la via maestra. L’ artista, come il bambino attraverso il gioco, mediante il piacere estetico, sostenuto da quello per la forma o il gusto, con cui alimenta in modo conscio ed inconscio una sua nuova visione del mondo, libera tensioni psichiche che il lettore o lo spettatore a sua volta interpreta e rielabora come personali. A tale riguardo  è bene considerare il fatto  che l'arte non sia soltanto attività immaginativa, fantasia inconscia; ma che essa coniughi in un crescendo evoluzionistico il livello estetico e quello etico della complessità organizzata, le sfera emozionale con intenzionalità, progettualità, gusto, tecnica, cultura,  sia in riferimento al contenuto o al materiale narrativo, sia  ai suoi significati, espliciti e non, che uniti agli elementi strutturali e formali divengono struttura espressiva e comunicativa, secondo una logica apparentemente indefinita di complessità e gradualità qualitativa e secondo ulteriori aspetti complementari che qualificano la qualità estetico-culturale dell'opera. Il problema scottante che oggi si pone è quello di come   sbarazzarsi della triade bello, vero buono di stampo greco romano poiché non sappiamo più cosa  si possa considerare legittimamente arte oggi. Tutto ciò  poiché qualsivoglia rappresentazione artistica della realtà da parte dell’artista non è più quella in cui si riconosce la società di una data epoca e che permette in futuro la sua identificazione venendo così meno il significato artistico dato dal significante storico. Ciò è ancor più grave se pensiamo a come l'arte, concorrendo a formare il senso della cultura e della storia di un popolo, sia stato uno dei principali fattori di formazione della sua identità in senso culturale e antropologico (certo non in senso nazionalistico, che è ormai superato dall'internazionalizzazione oltre che economica anche etica, culturale, politica e giuridica).Quella che oggi a torto si denomina  vitalità creativa, in definitiva, intesa nel suo valore esclusivo o prevalente di pura sperimentazione, oppure come protesta, contestazione nei confronti delle generazioni precedenti e della loro cultura e delle loro forme, come espressione di un'ansia di affermarsi che non è più capace di guardare al limite della paura di esprimere se stesso, ma diventa  bisogno di travestirsi per simulare il vuoto che è dentro e fuori di noi. In definitiva, si viene a creare un'estetica della provvisorietà, la cui bellezza, che resta il risultato dei tanti particolari, si caratterizza ed attrae per i suoi particolari più che per l'insieme di ciò che è rappresentato. Estetica dell’arte non più come selezione di luoghi simbolici radicati nella propria identità storica , ma come rete di episodi spettacolari creati per rappresentare il se stesso di chi li crea e  diffondere carisma. Si assiste al prevalere di  gesti che fanno notizia perché eclatanti, i quali attirano l’attenzione e a volte anche i capitali.

Ne deriva che  la sintesi che l’artista  deve perseguire, quanto a funzione (che determina la forma), ad utilità e bellezza, ossia a qualità estetica, e il cambiamento continuo del gusto attraverso l'immaginazione del nuovo. In altri termini emerge come l'intrinseca bellezza del prodotto è talvolta più importante e decisiva del motivo per cui è nata e del messaggio che vuole trasmettere.

Dal punto di vista delle forme e dei contenuti, la parte minimalista della moderna narrativa, freddamente descrittiva della realtà, oggettiva, apparentemente priva della soggettività dell'artista che non si "mette più in gioco", con una accentuata omologazione da parte del mercato, forse è già e più efficacemente sostituita dal cinema, che aggiunge alle parole altri efficaci strumenti di espressione, l'immagine e il suono. Ciò non toglie che qualcosa potrà restare sempre riservata alla "parola" scritta: la narrativa di qualità resta, infatti, più vicina alla poesia nella ricerca e nella testimonianza della verità e quindi nello sforzo di rappresentare sensazioni, emozioni profonde, valori universali, e non le forme e i contenuti propri della globalizzazione. A riprova di ciò è utile citare il pensiero di Eugenio Montale il quale prefigurava in tempi ancora per così dire non sospetti il declino ineluttabile di quei valori artistici ed estetici di fronte ai quali affermava nella sua opera dal titolo “le occasioni” “non domandarci la formula che mondo possa aprirti-codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

TORNA ALL'INDICE