Maria Cristina Consiglio
Manipolazione e canonizzazione: Shakespeare “classico”
Definire un’opera d’arte è un compito arduo; il passare del tempo cambia i parametri secondo i quali un’opera può essere definita artistica, ogni epoca ha la sua concezione di arte, ogni paese i suoi “eroi” nazionali. In letteratura, in particolare, la ricezione di un autore è determinata dei gusti del pubblico e dalla risposta che il testo sa suscitare; la storia della letteratura è, quindi, vista come un processo di comunicazione estetica, al quale partecipano, in ugual misura, le tre istanze dell’autore, dell’opera e del ricettore – lettore, ascoltatore, osservatore, critico, pubblico (H. R. Jauss, Esperienza estetica ed ermeneutica letteraria, vol. II, Bologna, Il Mulino, 1987: 7). Di conseguenza, il senso del testo non è più dato d’autorità, ma è determinato dalle condizioni soggettive della comprensione, dal risultato dei diversi modi di interpretare. Il ricevente svolge un ruolo attivo, il che significa che partecipa sia all’interpretazione del testo letterario che alla conseguente configurazione del suo significato. La svolta verso l’ermeneutica moderna si verifica, quindi, quando la differenza e la molteplicità delle interpretazioni possibili non viene più spiegata col contenuto del senso obiettivo della scrittura, ma con le condizioni soggettive della comprensione, con la prestazione delle diverse modalità interpretative. Il senso del testo non è più considerato un senso autoritativo prestabilito, ma un senso che deve essere cercato da un intendere produttivo. Solo allora l’orizzonte della comprensione si apre alle possibilità di intendere il testo nel contesto posteriore, in maniere sempre diverse, più precisamente come risposta a domande che nel contesto primario non potevano ancora essere sollevate (Ivi: 10). Ne consegue che ogni epoca interpreta un testo in modo differente, ogni epoca ha il suo canone, il suo elenco di opere d’arte. Tuttavia, esistono dei testi che sembra siano passati indenni attraverso i secoli e rappresentano ancora oggi un ideale artistico, testi che continuano ad essere ristampati e tradotti in tutte le lingue – e la traduzione altro non è che un modo per garantire la sopravvivenza del testo (W. Benjamin, “Il compito del traduttore”, in S. Nergaard, La Teoria della traduzione nella storia, Milano, Bompiani, 1993: 223). Si tratta di opere che sono entrate di diritto nel canone della letteratura occidentale, opere in grado di dar voce ad ogni sentimento, ad ogni emozione, ad ogni espressione dell’animo umano, sono i testi fondanti della nostra cultura, quelli che non si esita a definire classici. Nelle parole di Borges: “Classico è quel libro che una nazione o un gruppo di nazioni o il lungo tempo hanno deciso di leggere come se nelle sue pagine tutto fosse deliberato, fatale, profondo come il cosmo e capace di interpretazioni senza fine”. (J.L. Borges, “Sui classici”, in Nuova antologia personale, Milano, Rizzoli, 1976: 260)
La domanda che ci si pone è quando un testo comincia ad essere considerato un classico e quale processo di canonizzazione subisce nel corso dei secoli.
La canonizzazione viene generalmente definita come il processo attraverso il quale la tradizione viene salvaguardata. Il primo significato della parola canone è quello di elenco, in effetti le prime canonizzazioni dei testi letterari non erano altro che elenchi di autori e opere considerati rappresentativi di una data cultura. Così è stato per tutto il corso dell’Umanesimo quando il termine veniva appunto usato nell’accezione di elenco ufficialmente approvato e scrittori e amanuensi mostravano consapevolezza del ruolo che svolgevano nella costruzione canonica di una tradizione letteraria (D. Lawton, “Il Quattrocento”, in F. Marenco (a cura di), Storia della civiltà letteraria inglese, vol. I, Torino, UTET, 1996: 269-271). La formazione di un canone è sempre, necessariamente, un’attività retrospettiva, un atto di inclusione/esclusione che i secoli successivi compiono nei confronti della tradizione; il destino di testi e autori è determinato a posteriori e la retrospettività che regola il processo di canonizzazione è sempre soggetta a revisione e riscrittura. (J. Goldberg, “I testi nel tempo: il Seicento”, in Marenco, cit: 607-608)
Questo articolo si propone di analizzare la prima fase del processo di canonizzazione dell’opera di William Shakespeare perché lo si ritiene un caso particolare.
Il primo periodo storico a riconoscere la grandezza di Shakespeare e a dare, di conseguenza, l’avvio al suo processo di canonizzazione fu la Restaurazione. John Dryden, che può essere assunto a portavoce della sua epoca, pose la formazione del canone al centro dei suoi interessi, egli ambiva a evidenziare un canone che rispettasse quegli ideali di perfezione, grazia, nobiltà e razionalità che caratterizzano il pensiero neoclassico. Gli scrittori della Restaurazione si volsero, dunque, indietro alla ricerca degli autori da inserire nel loro canone; naturalmente la loro attenzione si soffermò sui grandi scrittori elisabettiani, soprattutto i drammaturghi. Se alcuni elisabettiani, Jonson sopra tutti, incarnavano nelle loro opere l’ideale neoclassico, altri, come Shakespeare, avevano prodotto opere disarmoniche e caotiche che, però, non potevano in nessun modo essere ignorate per quello che avevano rappresentato e ancora rappresentavano per la letteratura inglese (Ivi: 618). L’impossibilità di prescindere da Shakespeare portò i neoclassici a trasformarlo, a misurare quanto di smisurato e disarmonico trovavano nelle sue opere, a chiarire quanto di oscuro e a imbrigliare quanto di caotico egli aveva lasciato. Nacque così una delle pratiche più diffuse del tempo, quella dell’adattamento, e furono soprattutto i drammi shakespeariani ad esserne oggetto. Si tratta di letture, interpretazioni dell’originale, con conseguente trasformazione e manipolazione determinate dalla volontà di adattare i drammi al nuovo teatro, al nuovo pubblico, alla nuova etica e alla nuova poetica. (W.M. Merchant, “Shakespeare made fit”, Restoration Theatre, VI, 1965: 200)
Comincia così il complesso viaggio dei testi shakespeariani, la cui afterlife teatrale riflette il processo di appropriazione da parte della società inglese di quello che diventerà il massimo poeta nazionale. Paradossalmente il processo di canonizzazione del drammaturgo elisabettiano passa attraverso il rifiuto di quelle caratteristiche che gli sono peculiari e per lo stravolgimento del messaggio sociale, politico e poetico delle sue opere.
Gli adattamenti possono essere letti come testimonianze del gusto di un’epoca sicura della sua superiorità rispetto al passato, un’epoca che era pronta a migliorare uno Shakespeare considerato rozzo e inelegante, cui, però, si riconosceva una certa genialità. Così nelle parole di Dryden: “Shakespeare is an extraordinary genius; but his greatness lies buried under the unrefined language of his day, a plot that needs remodeling, an incoherent succession of scenes, and unnecessary and incompletely developed characters”. (J. Dryden, “the Ground of Criticism in Tragedy” (1679), in C. Spencer, Five Restoration Adaptations of Shakespeare, Urbana, University of Illinois Press, 1965: 6)
Ciò che si evince dalla dichiarazione di Dryden è che, per quanto uno scrittore sia grande, non è detto che sia perfetto e che un uomo meno grande sia comunque in grado di aggiustare quanto di caotico o impreciso ci sia nella sua opera; da qui deriva la sua concezione di opera artistica, non tanto forma organica, quanto piuttosto qualcosa di meccanico, soggetta, quindi, ad essere dissemblata, riparata, sostituita nelle parti meno riuscite; un’opera che non è espressione di una coscienza individuale ma espressione di un’epoca e, proprio per questo, migliorabile visti i progressi nella qualità del linguaggio e nelle capacità meccaniche di costruire una trama verificatisi nel passaggio dall’età elisabettiana a quella della Restaurazione. E questo è quanto accadde ai drammi shakespeariani. Imbevuti di studi classici, i critici, i poeti e i drammaturghi dell’epoca tentarono una conciliazione tra i criteri estetici del classicismo francese e la necessità di dare validità alla tradizione nazionale; per questo motivo si avvicinarono ai testi del passato con l’idea di renderli adatti alle loro esigenze.
I nuovi ipertesti sottolineano l’importanza della struttura, si fanno ordinati, coerenti, portatori di un messaggio sociale che enfatizza la fissità delle relazioni umane e presta poca attenzione alla profondità dell’esperienza individuale. I personaggi, quindi, tendono alla generalizzazione, si adattano ad uno stampo che li vuole portatori di un unico messaggio; inoltre, devono servire l’interesse della chiarezza morale, dell’equilibrio e dell’unità. (C. Spencer, cit: 8)
L’azione di “miglioramento” si svolse su due livelli. A livello tematico, le modifiche apportate a trama e personaggi shakespeariani concorrono a conferire al testo una morale che possa in qualche modo influenzare il contesto e il lettore reale, soprattutto in senso politico e sociale. In questo risiede il fine didattico del teatro della Restaurazione: in un’epoca che celebrava la stabilità a tutti i livelli, il teatro si fece portatore di un discorso politico che tendeva a magnificare la monarchia e a mantenere lo status quo, ammonendo contro i mali che potevano derivare da qualsiasi forma di disubbidienza e di dissenso. A livello linguistico gli adattatori ambivano a purificare il linguaggio shakespeariano per renderlo più elegante e, quindi, più consono al gusto del nuovo pubblico. (C. Spencer, cit: 9) Verso la fine dell’età della Restaurazione, il dramma shakespeariano era in piena ascesa, ma non nelle versioni originali, bensì negli adattamenti di Davenant, Dryden, Cibber, Tate che hanno dominato le scene per oltre un secolo sostituendosi di fatto agli originali, contribuendo così all’acquisizione, da parte dell’opera shakespeariana, dello status di classico (J. Goldberg, cit: 619). In effetti, sembra possibile affermare che gli adattamenti hanno evitato a Shakespeare di cadere nell’oblio, che ne avrebbe probabilmente, se non impedito, almeno ritardato il processo di canonizzazione.
Soltanto a partire dal XVIII secolo, con la pubblicazione delle prime edizioni critiche dei drammi shakespeariani, ha inizio la critica filologica che si fa promotrice di un approccio proto-scientifico ai testi, in modo da ristabilirne i contorni originali. L’afterlife dei testi shakespeariani conosce, dunque, una prima fase di sviluppo durante la quale il senso di identità autoriale non è ancora codificato e l’intervento sulla drammaturgia, sulla parola del testo, ha margini molto ampi, e questo periodo coincide appunto con l’età della Restaurazione che ne produce gli adattamenti e ne evita, in questo modo, l’oblio dovuto alla mancata corrispondenza delle opere di Shakespeare con i gusti del pubblico. Soltanto in un secondo momento, superati i pregiudizi neoclassici, la critica si farà promotrice di un recupero degli originali, recupero che passa attraverso la pubblicazione delle prime edizioni critiche (come quella di Rowe nel 1709 e quella di Johnson nel 1765) che ancora risentono del gusto personale del curatore, attraverso l’esaltazione del genio Shakespeare attuata in età romantica, per arrivare ai giorni nostri quando il poeta di Stratford è considerato il grande bardo nazionale inglese, conosciuto in tutto il mondo attraverso la rappresentazione dei suoi drammi, ma anche attraverso altri adattamenti, quelli cinematografici – espressione artistica privilegiata dei secoli XX e XXI – che hanno portato i personaggi shakespeariani alla portata di tutti.
Riferimenti bibliografici
Benjamin, W., “Il compito del traduttore”, (1923), in S. Nergaard, La Teoria della traduzione nella storia, Milano, Bompiani, 1993: 221-236
Borges, J.L., “Sui classici”, in Nuova antologia personale, Milano, Rizzoli, 1976
Goldberg, J., “Il canone letterario e le istituzioni”, in F. Marenco (a cura di), Storia della civiltà letteraria inglese, vol. I, Torino, UTET, 1996: 607-611
Goldberg, J., “John Dryden: il canone come restaurazione”, in F. Marenco (a cura di), Storia della civiltà letteraria inglese, vol. I, Torino, UTET, 1996: 618-620
Jauss, H. R., Esperienza estetica ed ermeneutica letteraria, 2 vol., Bologna, Il Mulino, 1987
Lawton, D., “La formazione del canone”, in F. Marenco (a cura di), Storia della civiltà letteraria inglese, vol. I, Torino, UTET, 1996: 296-271
Marenco, F. (a cura di), Storia della civiltà letteraria inglese, 3 vol., Torino, UTET, 1996
Merchant, W.M., “Shakespeare made fit”, Restoration Theatre, VI, 1965: 195-219
Spencer, C., Five Restoration Adaptations of Shakespeare, Urbana, University of Illinois Press, 1965