Palma Laera

Quando la musica diventa arte

Il termine musica deriva dal greco musiké che vuol dire arte delle muse e designava indistintamente ogni attività “governata” dalle Muse in particolare quelle in cui vi era una coordinazione sinergetica tra elemento testuale (poesia), orchestico (danza) e l’elemento musicale propriamente detto (Giovanni Comotti., La musica nella cultura greca e romana, Torino, EDT 1991).

         Nel libro III della Repubblica, Platone pone i fondamenti del suo ideale educativo: fin dalla loro giovanissima età, è necessario dedicarsi, oltre che alle attività poetiche e ginniche, al canto e alla pratica strumentale. In realtà questa forma di istruzione musicale rappresenta per Platone una tappa preliminare che deve condurre ad un tipo di studio che comprende le discipline quali l’aritmetica, la geometria,l’armonia e l’astronomia.

         Il termine musiké trapassò nel latino musica essendosi perso nel corso dei secoli questo ampio significato culturale. Nel tempo però si è anche perso il vero significato della musica in quanto “arte” e in particolar modo sembra importante porre l’attenzione sul connubio musica-arte cercando di definire il concetto del “bello” in musica.

         Le “belle” arti possono essere definite come una specie di linguaggio universale. La gioia, il dolore, l'amarezza, l'umiliazione o l'esaltazione provate dal compositore mentre scrive la sua musica, sono nuovamente sentite dalla persona che ascolta. In altre parole, l'arte bella è come un gesto compiuto non solo dall'artista ma anche da colui che lo apprezza. Che ci sia una qualche relazione tra la musica e il mondo degli affetti, delle emozioni, dei sentimenti è cosa ripetuta in vario modo fin dalla più remota antichità

         A Pitagora si attribuisce l'affermazione della relazione tra la musica e l'animo umano, concetto ripreso e sviluppato da tutta la filosofia greca dei secoli seguenti e che assunse i caratteri della dottrina dell'ethos. Essa indicò le relazioni esistenti tra alcuni aspetti del linguaggio musicale e determinati stati d'animo.

         A partire dal Settecento si afferma genericamente che la musica è imitazione o espressione dei sentimenti e delle emozioni e si vuole affermare con ciò che la musica ha un rapporto privilegiato con il nostro mondo emotivo piuttosto che con la ragione e i concetti: questa importante affermazione ha costituito una base fondamentale su cui impostare tutta la futura estetica musicale.

         Per comprendere se una composizione può essere definita opera d’arte è necessario porsi alcune questioni. Il compositore esprime nella musica da lui creata il proprio mondo affettivo? Chi ascolta la musica trova una rispondenza con il proprio mondo affettivo e quindi prova emozioni? La musica, per essere vera arte, deve essere collegata alla parola?

         A monte di questi interrogativi c'è un problema più vasto sorto, forse non a caso, anche questo nel secolo XVIII: la musica è un linguaggio? Evidentemente deve esserci un qualche legame con il linguaggio se si pone mente al fatto che la musica nella sua storia secolare è quasi sempre stata associata al linguaggio e la strada che nel mondo occidentale l'ha portata ad un'esistenza autonoma è stata lunga e tormentata.

         Non solo. Non bisogna dimenticare che la strada verso l'autonomia si è aperta proprio alla fine del secolo XVI con i teorici dell'armonia da una parte e la Camerata dei Bardi dall'altra. Strano a dirsi ma forse senza l'invenzione del melodramma non sarebbe neppure nata la musica strumentale pura. Infatti quest'ultima nasce solo dalla consapevolezza che la musica da sola, i suoni senza l'ausilio della parola hanno una loro autonoma portata espressiva e affettiva.

         Della musica si parla, si può parlare, si cercano i suoi significati, anche se nascosti e problematici e d'incerta interpretazione, si cerca di tradurla in parole.

         Hoffmann, considerato primo critico ed esegeta del romanticismo musicale, cercava di rintracciare nel linguaggio musicale del passato quei caratteri di “espressività”che si riferivano più al contenuto che alla forma. Hoffmann dà la supremazia assoluta alla musica strumentale, musica di puri suoni, svincolata dal connubio della parola in quanto la musica è la lingua originale della natura. La musica strumentale è capace di esprimere in suoni l’ineffabile, l’inesprimibile ( Carl Dahlhaus, La musica dell’Ottocento, trad. it. Di Laura Dallapiccola, La Nuova Italia editrice, Scandicci). E’ dunque un linguaggio che, nonostante o proprio a causa della sua a-concettualità, si eleva al di sopra del linguaggio parlato e oltrepassa i suoi limiti. Questa asserzione esaltante è l’antitesi della convinzione settecentesca che la musica strumentale, che non “dipinge” e non “commuove”, sia un rumore vuoto di contenuto che non esprime nulla.

         Evidentemente la verità si trovava nel mezzo: indubbiamente però si può affermare che la musica porta alla luce, mette in evidenza, sottolinea e fa emergere ciò che nel linguaggio è soffocato o rimane allo stato latente. Ma può operare in tal senso proprio perché vi è questa parentela originaria tra il suono della musica e il suono della parola. Nell'oggettività della parola e nel suo impersonale potere denotativo la musica vi porta quell'elemento personale, affettivo, emotivo che la parola, ha in parte, ma non totalmente perduto.

       Qualsiasi discorso verbale porta ancora con sé un elemento musicale che contribuisce a precisare e a definire anche in senso stretto il suo significato. Così come il linguaggio verbale normalmente tende a prescindere dall'elemento musicale sino a poterne fare a meno, così la musica può giungere sino a diventare autonomo linguaggio prescindendo dall'elemento discorsivo. Come il linguaggio verbale conserva tuttavia qualcosa della musicalità connessa all'intonazione della parola e tale musicalità s'incorpora in qualche modo al potere denotativo della parola, così il linguaggio dei suoni quando si rende autonomo conserva ancora il ricordo di un rimando per lo meno al mondo degli affetti e delle emozioni, anche se incerto e a volte ambiguo ma pur percepibile. Ed è questa la vera arte insita nella musica.

BIBLIOGRAFIA

COMOTTI G., La musica nella cultura greca e romana, Torino, EDT 1991 (Storia della musica a cura della Società italiana di musicologia, vol. I).

DAHLHAUS C., La musica dell'Ottocento , La Nuova Italia editrice, Scandicci (trad. it. Di Laura Dallapiccola).

DI BENEDETTO R., Romanticismo e scuole nazionali nell'Ottocento , Torino, EDT 1991 (Storia della musica a cura della Società italiana di musicologia, vol. VIII).

 

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