Angela Pugliese

L'oggetto artistico in “La rivière à l'envers” di J.C. Mourlevat.

Durante gli anni in cui ho operato con il GREC, gli anni del mio dottorato di ricerca, ho iniziato a nutrire l'idea, all'interno e grazie a questo gruppo di studi, che la pagina letteraria e l'oggetto artistico avessero un potere particolare: quello di confessare verità inconfessabili, tanto più insostenibili perché reali, tangibili, quello di dire l'indicibile dell'esistenza umana, quel che è più facile ignorare o tacere. All'interno del romanzo contemporaneo per ragazzi di Jean-Claude Mourlevat ho ritrovato questa caratteristica, riguardo all'aspetto effimero della vita. Sfogliando La rivière à l'envers (J.C. Mourlevat, La rivière à l'envers , Parigi, Pocket, 2000) per la prima volta, il lettore percepisce immediatamente che c'è qualcosa in più in questo libro...

Durante la prima lettura, il lettore si trova immerso in una scrittura potente: viaggia in un luogo dove le parole hanno un potere enorme e sono capaci di sovrastarlo e trasmettergli un senso di inquietudine e di incertezza:

Ne parle plus. Ne bouge plus. Ne respire pas bruyamment. Et surtout, pour l'amour de Dieu, n'éternue pas! Cette forêt regorge sans doute de braves gens morts dévorés par les ours parce qu'ils ont éternué ou simplement parce qu'ils se sont raclé la gorge ( rivière , p.60).

L'uso dell'imperativo negativo produce una sensazione di angoscia ed esprime quel che bisogna fare per sopravvivere. Il personaggio sta suggerendo al lettore un aspetto schiacciante: qualcosa di estremamente semplice può provocare la morte di una persona. La creazione artistica è il luogo ove il dettaglio più piccolo può acquisire un significato fortissimo e dove l'azione di starnutire può causare la morte di una persona. In questo luogo tutto può succedere e si ha il coraggio di dire quel che nella vita reale può accadere, ma non si confessa. Infatti, anche nella realtà, delle semplicissime azioni possono provocare gravi conseguenze; si affermano degli aspetti insostenibili e tuttavia reali, si dicono le cose per quel che sono. Il personaggio suggerisce un elemento inconfessabile della vita: delle azioni minuscole sono sufficienti per metterla in pericolo e correre il rischio di perderla. La scrittura sottolinea il lato effimero dell'esistenza umana.

Inoltre, un ponte particolare vi è costruito: la necessità di non muoversi si trova tra quella di non parlare e quella di non respirare. E' come se vi fosse una sorta di percorso capace di dimostrare che, per aver salva la vita, l'essere umano deve fermarsi, arrestarsi nella fissità, nell'immobilità più assoluta. Dalla mancanza di parole, si passa all'assenza di movimento, fino alla limitazione del corso naturale delle funzioni vitali. Per sopravvivere, bisogna certamente respirare, ma non “rumorosamente”: gli altri non devono accorgersene. E' come se si dicesse che il solo modo per sopravvivere, è fare in modo che gli altri non notino la nostra presenza: l'altro, uomo o animale che sia, è l'estraneo/straniero, l'eterno nemico, “l'enfer, c'est les autres” , come scriveva Sartre in Huis clos .

In un universo dove anche un fiore può uccidere, dove una pietra è stata capace di sottrarre Pitt alla sua amata ( rivière , p.52), l'esistenza si svuota di senso, l'uomo perde la sua dimensione mentale e morale e diventa null'altro che cibo per orsi: “Pour eux, nous sommes de la viande” ( rivière , p.60).

 

 

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