Antonio Turi
Editoriale
“L'universo dell'arte: un mondo alla rovescia”, è questo l'interrogativo che proponiamo ai nostri lettori per il nono numero di Apertamente. Ed a questa domanda hanno provato a rispondere i nostri collaboratori. Una questione apparentemente facile, potrà pensare qualcuno. In fondo degli artisti si è sempre detto proprio questo: che sono fuori dal mondo, che hanno il gusto della dissacrazione. Tanto da non poter essere seppelliti in terra consacrata. Almeno quelli che artisti erano considerati, gli attori, per esempio. Non i pittori, perché i pittori, e gli architetti con loro, invece facevano parte delle più nobile consorteria degli artigiani. Della gente che lavora, in altre parole. Altri tempi. Altre situazioni. Oggi gli artisti fanno parte del tessuto delle nostre società. Sono riveriti, considerati. Ricevono congrui compensi per la propria opera. Anche quando è opera di ricerca, quindi scarsamente comprensibile ai contemporanei. In compenso che è fatto alla rovescia, da qualche anno a questa parte, si dice del mondo. La qualifica che un tempo spettava agli artisti è stata applicata all'universo intero. Un mondo alla rovescia perché le donne lavorano, hanno figli dopo la menopausa, perché gli uomini portano i capelli lunghi, o gli orecchini. Solo per citare qualche futile motivo. In questo mondo alla rovescia gli artisti si trovano a loro agio, abbiamo detto. E si riprendono con gli interessi quello che è stato loro negato per secoli. Ma si tratta proprio di artisti? E quelle che omaggiamo sono o possono essere considerate opere d'arte? Ecco quindi che la domanda apparentemente semplice si complica di molto e passa per la definizione stessa di opera d'arte. Non vogliamo portare il lettore in territori così pericolosi e complicati. Per questo i nostri collaboratori sono restati nell'ambito più specifico e semplice della domanda. Si sono, cioè, sforzati, di comprendere che cosa è un mondo alla rovescia e se l'arte sia mai stata questo. Un mondo alla rovescia. Carmen Tarantino, fra l'altro un benvenuto a lei, per la prima volta ospitata in questa nostra rivista, ci ricorda che oggi più che mai l'arte per definirsi tale deve saper comprendere in se stessa il diritto ed il rovescio. Con una analisi molto interessante risale all'origine della civiltà contadina, orale per spiegare la sua tesi. Palma Laera fa passare la sua analisi attraverso la definizione del passaggio dallo strumento alla macchina. Ci ricorda che oggi non è più uno strumento a creare musica ma possono farlo anche appositi sofware capaci di lavorare su qualsiasi suono esistente e/o registrato. Da questa vera rivoluzione alla comprensione del nuovo ruolo assegnato all'ascoltatore il passo è decisamente breve. Anna Maria Vanalesti, altra new entry nella lista dei collaboratori, un benvenuto anche a lei, recensisce l'ultimo libro di Angela Pugliese, “Io non ho risposte”. L'analisi è decisamente interessante. La stessa Angela Pugliese, ancora una volta ci guida in un nuovo capitolo del suo, e ormai nostro, viaggio nella letteratura francese per l'infanzia. “La rivière à l'envers” di Jean-Claude Mourlevat: un capovolgimento di immaginari?, il titolo del saggio e il romanzo scelto come tappa. Storia del piccolo Tomek che in omaggio ad un amore, parte per un lungo viaggio alla ricerca del fiume Qjar ha il sapore del viaggio iniziatico e, perché no, si presta anche a diventare metafora del viaggio che noi, insieme a voi, stiamo conducendo insieme da ormai un anno e mezzo. Le poesie di Silvana Tittarelli, di Beppe Rossini e di Nicola Abbattista concludono la mappa degli interventi di questo numero e ci permettono di passare dalla discussione sull'arte alla pratica dell'arte, come è ormai tradizione di Apertamente.